lunedì 5 ottobre 2009

Presidente siamo con te

"Non esiste professione di fede valida che non sia accompagnata dall’obolo di uno scellino". Lo ricordava anni fa il vecchio radicale Carandini, ma è vero oggi più che mai. Aderite alla colletta organizzata da Little Mary Street, non lasciamo solo il Presidente.

domenica 4 ottobre 2009

Obama vattene

Era stato eletto per portare i giochi olimpici a Chicago e così non è stato (si legga in proposito la puntuale nota di Jim). La luna di miele di Obama con l'elettorato è ufficialmente conclusa. Dopo aver pagato la sudditanza verso le lobby straccione l'abbronzatissimo Mr Presidente ha solo una via di scampo: dimettersi. Solo così potrà salvare la faccia.

lunedì 28 settembre 2009

E continuate a votare

Tornano gli appunti eretici su Giornalettismo. C'è spazio anche per i Billionaires for Wealthcare.

giovedì 24 settembre 2009

mercoledì 19 agosto 2009

Perché nessuno ha fermato quel Rava?

Basta!1 Se anche voi siete stufi di questi rava party aderite all'apposito gruppo Facebook: è ora di mobilitarci contro questi intrattenimenti che rintronano i nostri giovani con messaggi a base di droga e rilassatezza dei costumi propugnati dai soliti capelloni.

domenica 26 luglio 2009

L'orrore

Ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non avete il diritto di chiamarmi assassino. Avete il diritto di uccidermi...questo si, avete il diritto di farlo. Ma non avete il diritto di giudicarmi.
Non esistono parole...per descrivere...lo stretto necessario a coloro...che non sanno...cosa significhi l'orrore.
L'orrore!
L'orrore ha un volto...e bisogna essere amici dell'orrore.
L'orrore e il terrore morale ci sono amici. In caso contrario allora diventano nemici da temere, sono i veri nemici.
Ricordo quando ero nelle forze speciali.
Sembra siano passati mille secoli.
Siamo andati in un accampamento per vaccinare...dei bambini.
Andati via dal campo, dopo averli vaccinati tutti contro la polio, un vecchio in lacrime ci raggiunge correndo, non riusciva a parlare.
Allora tornammo al campo.
Quegli uomini erano tornati e avevano mutilato a tutti quei poveri bambini il braccio vaccinato...stavano li ammucchiate.
Un mucchio...di piccole braccia.
E...mi ricordo...che ho...ho...ho..., io ho pianto, ho pianto come...come una povera nonna.
Avrei voluto cavarmi tutti i denti, non sapevo neanche io cosa volevo fare.
Ma voglio ricordarmelo, non voglio dimenticarlo mai….. non voglio dimenticarlo mai
E a un certo punto ho capito. E' come se mi avessero sparato, mi avessero sparato un diamante.
Un diamante mi si fosse conficcato nella fronte.
E mi sono detto...Oddio che genio c'era in quell'atto! Che genio!
La volontà di compiere quel gesto.
Perfetto! Genuino! Completo! Cristallino! Puro!
Allora ho realizzato che loro erano più forti di noi perchè riuscivano a sopportarlo, non erano mostri erano uomini.
Squadre addestrate.
Questi uomini avevano un cuore, avevano famiglia, avevano bambini, erano colmi d'amore.
Ma avevano avuto la forza...la forza...di farlo. Se avessi avuto dieci divisioni di uomini così...i nostri problemi sarebbero finiti da tempo.
C'è bisogno di uomini...con un senso morale...e allo stesso tempo...capaci di...utilizzare il loro...primordiale istinto di uccidere. Senza sentimenti, senza passione...senza giudizio, senza giudizio...perchè è il giudizio che ci indebolisce.

lunedì 20 luglio 2009

I professionisti dell'antimafia

Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:
1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).
2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).
Il punto focale
Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.
Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il «lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.
Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.
Nel primo fascismo
L'idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).
Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.
E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia...
Le guardie del feudo
non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto.
Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.
Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.
Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.
E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.
Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".
Per far carriera
Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.
I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?
Leonardo Sciascia
da «Il Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987

lunedì 29 giugno 2009

domenica 28 giugno 2009

sabato 20 giugno 2009

Viva Abberlusconi

Per una volta dobbiamo ringraziare La7. Come in tutte le reti la vera informazione passa a fatica, i salotti buoni dominano anche le televisioni. E pensare che c'è ancora qualcuno che ha il coraggio di citare il fantomatico conflitto d'interessi. Ebbene, proprio su La7 - in mezzo ai soliti lobbisti, uomosessuali e costituzionalisti vari - è possibile ascoltare la voce di un rappresentate del popolo, quel popolo a parole tanto difeso dalle sinistre ma sempre dimenticato quando si tratta di passare ai fatti, che sa dispensare parole sagge e condivisibili su chi oggi sta subendo attacchi d'inusitata ferocia. Non sono riuscito a rintracciare la trasmissione da cui proviene, ma chi se ne frega: l'importante è prestare attenzione a chi ha il coraggio di difendere l'amico di "chef, operai, dipendenti, mendicanti, poveri: insomma, di tutti". Di tutti coloro che combattono ogni giorno per la rivoluzione liberale.

Da stampare e conservare

Caro direttore, salvare Catilina, salvare la Repubblica. Roma, I secolo A. C.: Lucio Sergio Catilina è un patrizio romano, uomo coraggioso e di parola. In breve tempo percorre con inaspettato successo tutta la carriera politica, coltivando idee di giustizia sociale e libertà. Per tre volte tenta di raggiungere la carica di console, massima autorità repubblicana, spinto da un consenso popolare straordinario frutto di posizioni anticonformiste, progetti di riforma e profondo senso della Patria.
Per tre volte i poteri forti del tempo utilizzano tutti i mezzi, leciti ed illeciti, per combatterlo e sconfiggerlo. Nella Roma del 50 a.C. esisteva una norma molto lontana dall'attuale concezione del diritto, che alcune moderne marionette del giustizialismo italico vorrebbero applicare anche alla nostra democrazia: ai cittadini romani anche solo inquisiti veniva impedito l'accesso ad ogni carica pubblica. Ed è sulla base di questa norma che Lucio Sergio Catilina viene per due volte accusato di nefandezze a pochi giorni dalle elezioni, interdetto e poi assolto dopo il voto. Ma a chi vede in Catilina e nel suo partito un pericolo troppo grande per i propri interessi, l'esclusione anche solo temporanea del «rivoluzionario conservatore» non può bastare: occorre distruggerne il consenso per intero. Il compito viene affidato al più famoso e abile avvocato del tempo, Marco Tullio Cicerone, alla sua spregiudicatezza e alla sua straordinaria capacità di falsificare i fatti. Cicerone trasforma Catilina in un hostis, un nemico della Patria, servendosi dei più efficaci strumenti dell'epoca: dalle accuse basate su lettere anonime, ai brogli elettorali, ai discorsi retorici tesi a costruire l'immagine più degenerata del suo avversario, fino alle palesi violazioni della legge romana. Tra le accuse più infamanti, Cicerone imputa a Catilina di aver corrotto una giovane vestale, vergine e consacrata alla dea del focolare.
Ci spostiamo di oltre 2000 anni. Al famoso avvocato pensano di sostituirsi procure politicizzate e redazioni di giornali. Al posto delle orazioni di Cicerone, si ascoltano i teoremi mediatici e giudiziari, si assiste all'uso spesso indecente di foto, video e intercettazioni. La tentazione è sempre la stessa: demonizzare il «rivoluzionario conservatore» di oggi. Gli optimates di ieri che armarono le azioni di Cicerone erano i rappresentanti di una classe senatoriale gelosa custode di privilegi politici ed economici; gli optimates che violentano le regole di oggi sono potentati senza patria, politici mediocri e polverosi intellettuali. Il potere non accetta gli imprevisti e spesso i grandi riformatori, gli uomini in grado di cambiare la storia, si presentano all'appuntamento senza bussare. Questo li rende inaccettabili.
Ma la storia maledice il suo ritorno. Il suo tragico fugge davanti alla farsa in cui si trasforma. E così accade che oggi, per distruggere l'uomo che sta cambiando l'Italia, si è persino disposti a distruggere l'Italia stessa. Minando la fiducia nelle istituzioni che quell'uomo rappresenta, il valore di una democrazia fondata sul consenso popolare, l'immagine di una nazione all'estero e la percezione che il Paese ha di se stesso. Si è disposti a far precipitare la dignità nazionale dentro il buco di una serratura. Un'opera di demolizione che non dovrebbe giovare a nessuno. O forse sì. Quando l'avversario politico viene trasformato per forza in un nemico della patria, quando diviene normale distruggerne il nome, la famiglia, gli amici, i collaboratori, la vita stessa, quando trionfano coloro che accusano per mestiere, con illazioni e teoremi, dietro il velo di un'informazione che è spesso solo fango, allora il diritto scompare, le Repubbliche cadono, le libertà civili si spezzano e i Cesari, quelli veri, arrivano di lì a poco.
Deborah Bergamini
Corriere della Sera - 18 giugno 2009

giovedì 11 giugno 2009

mercoledì 10 giugno 2009

PDL transnazionale

Poco più di dieci anni fa le sinistre imperversavano in tutto il pianeta: da Jospin a Clinton, da Schroeder a Ocyalan. Per non parlare dell'Italia, sotto la morsa di Prodi e Cossutta. Qualcuno parlò di Ulivo mondiale e quella breve stagione spianò la strada alle stragi di Al-Qaeda e alla pederastria sovvenzionata dallo stato. Ma il vento è cambiato ed è lecito parlare ora di PDL mondiale: merito del ribelle Silvio Berlusconi e del suo asse con Putin e Gheddafi (modi diversi di declinare in maniera locale i valori che animano il Popolo delle libertà) che tanto fa tremare i salotti buoni della conservazione. Sarebbe bello ringraziare il Presidente del Consiglio assegnandogli l'amministrazione controllata del paese: dieci anni senza inutili consultazioni elettorali e tutti i poteri per liquidare i vecchi riti della democrazia partitocratica. E chissà che magari Kakà non possa tornare al Milan.

venerdì 5 giugno 2009

Francescreen

Si chiama Francescreen ed è la dimostrazione di come l'art.21 Cost. altro non sia che un boomerang per le sinistre.

venerdì 8 maggio 2009

Ciao Budget, prete "contro"

"L'Italia perde un intellettuale libero e coraggioso, capace di andare controcorrente rispetto al cosiddetto establishment politico-culturale. Gianni Baget Bozzo ha saputo attraversare e contrastare stagioni culturalmente cupe, segnate da un cattocomunismo a cui non volle mai arrendersi, scegliendo e alimentando sempre un'alternativa culturale e politica nel segno della liberta': negli anni bui del compromesso storico Dc-Pci, camminando fianco a fianco con il riformismo di Bettino Craxi; negli anni della 'gioiosa macchina da guerra', scommettendo sulla rottura positiva incarnata da Silvio Berlusconi. La sua e' una lezione di lucidita' intellettuale e di coraggio civile, della quale bisognera' serbare a lungo la memoria" - Daniele Capezzone

Appunti di viaggio

Qualche breve riflessione su questo scorcio di 2009 troppo avaro di liberalismo: su Giornalettismo, come di consueto.

mercoledì 6 maggio 2009

Mobilitiamoci su Facebook

I tempi sono maturi per superare la legge sul divorzio, uno dei totem della sinistra laicista superati dalla Storia.
Se l'anno scorso la campagna di Ferrara contro l'aborto di Stato fu un po' avventata ora vi sono le condizione perché si possa rimettere in discussione con profitto una nuova idea di famiglia, che tenga anche conto dell'eredità politica e civile di Fanfani e Almirante.
In tempi di amore liquido il divorzio statalmente assistito non rappresenta una risposta sostenibile, piuttosto una facile scappatoia nel libero giuoco degli affetti. Lasciamoci alle spalle il moralismo torinese di stampo azionista, costruiamo una legge che sappia fare i conti con la modernità rimanendo nel solco della tradizione. O forse vogliono farci credere che prima della Fortuna-Baslini l'Italia era governata da un perfido regime in continuità con il tanto vituperato ventennio fascista?

venerdì 6 marzo 2009

venerdì 30 gennaio 2009

Una lezione di libertà

“Da qualche giorno  fior di liberali e di laici stanno di fatto schierandosi a favore della scomunica. La cosa mi sorprende. Non c’è niente di meno liberale e laico della scomunica. (...) Non c’è niente di meno liberale del reato di opinione”
Antonio Polito, il Riformista - 28.1. 2009

mercoledì 28 gennaio 2009

Diritti e rovesci

Un nuovo pezzo per Giornalettismo.

Craxi e De Andrè: due vite parallele

Chissà se si incontrarono, Bettino e Faber. Chissà cosa si dissero. Bobo ha raccontato di recente al Magazine del Corriere della sera quelle magiche serate fatte di musica e speranza, quando negli anni settanta Casa Craxi ospitava cantautori promettenti (Dalla, Ron) e star di chiara fede riformista (Vanoni, Paoli). Una volta capitò anche De Andrè. E ci piace pensare che “il bandito e il poeta” si siano conosciuti e apprezzati proprio in quella occasione, per mai più vedersi. Entrambi ignoravano quanto sarebbe loro spettato, i successi e i dolori, quel destino comune che li ha visti spegnersi a pochi giorni di distanza dieci anni or sono. Consapevoli però di avere in comune qualcosa di profondo. Diversi elementi legano queste due figure simbolo della sinistra dissidente italiana: una lettura attenta delle loro biografie permette di considerarle due vite parallele, tracciare paragoni tutt’altro che arditi, riconoscerle come anime in sintonia anche se i loro percorsi di vita non si sono più incrociati pubblicamente. Entrambi hanno rotto tabù. I loro universi poetico-politici erano popolati da perdenti, malfattori, prostitute, nani, ballerine, imprenditori, zingari, mariuoli e ministri delle partecipazioni statali: tutto un mondo schiacciato dalla pesante cappa del moralismo comunista allora imperante. Le ansie di libertà cantate dall'artista genovese nei grigi anni sessanta hanno poi trovato risposta nella tenace battaglia contro la mostruosa scala mobile. Certi dischi avevano un valore profetico. Il più politico fu “Storia di un impiegato”, concept album in cui già si vedeva il pubblico impiego come potenziale vivaio per futuri terroristi. E che dire de “La buona novella”? Un discreto shock per gli atei militanti, quelli che hanno osteggiato quel capolavoro di laicità che fu il rinnovo del Concordato. Lo stesso Bettino, laico ma non laicista, diede il nome di “Vangelo socialista” al suo programma neoproudhoniano. Ci sarebbe da scrivere una bella tesi sulla figura di Cristo in De Andrè, Pasolini, Craxi e - perché no? - Capezzone, ma i nostri giovani studenti sono troppo impegnati a discettare di new wave punk e pellicole dell’orrore. “Il quinto dice non devi rubare / e forse io l’ho rispettato / vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie / di quelli che avevan rubato: / ma io, senza legge, rubai in nome mio, / quegli altri nel nome di Dio.” Gli anni ottanta sono quelli della svolta: un ponte sul mediterraneo per creare la World Music, recuperando suoni e sapori di diversi continenti, e basi nuovi per creare una politica d’aiuto verso i paesi in via di sviluppo, con mercati finalmente aperti. E sarà proprio al di là del Mediterraneo che rimarrà il grande statista. Tradito dal proprio paese e mandato in esilio forzato, così lontano eppure così vicino all’esperienza che De Andrè attraversò durante il sequestro ordito da un manipolo di banditi sardi… “E poi scuse / accuse e scuse / senza ritorno”. Quando ci fu il colpo di stato “non si udirono fucilate”, come nella “Domenica delle salme”. Mario Chiesa, il poeta della Baggina, fu solo il primo. Nel giro di pochi mesi venne spazzata via un’intera classe politica, con una precisione e violenza degne di miglior causa. Il flagello di Mani pulite si portò via partiti interi, ammanettando il voto degli italiani. La gioiosa macchina da guerra (di coloro che si credevano assolti, ma erano pur sempre coinvolti) preparava l’assalto finale alle stanze del potere e solo i più lucidi allora si ricordarono di una vecchia canzone di Fabrizio, “Il giudice”: lo spietato ritratto di certa magistratura le cui azioni sono mosse più dal rancore che dall’anelito di giustizia. Ci mancano quelle canzoni come ci manca quella politica: cosa direbbero oggi del coro in sostegno dell’arroganza israeliana l’autore di “Sidun” e l’amico di Arafat? Sempre in direzione ostinata e contraria, senza la paura di prendere quella che viene definita dai più “la cattiva strada”. Bettino e Faber, è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

[Originariamente pubblicato su Giornalettismo il 5 - 1 - 2009]

Una grazie a Pigi Diaco.

venerdì 16 gennaio 2009

giovedì 15 gennaio 2009

Le notti bianche

"Il guidatore è pieno d'oro e di sangue, maledice e stramaledice". Formidabile pezzo di Renato Farina su Libero di oggi, una illuminante short story dal sapore dostoevskijano.

In tempi di vacche magre lo stato ingrassa

Cucù, la camorra non c'è più

Gomorra è fuori dagli Oscar. Evidentemente le chiacchiere di casa nostra non riescono a superare i confini nazionali: a Hollywood per fortuna si ricordano che cos'è il vero cinema.

lunedì 5 gennaio 2009

Il bandito e il poeta

Vogliate gradire due righe in ricordo di due straordinarie figure eretiche, Bettino e Faber, e delle loro vite parallele, su Giornalettismo.

domenica 4 gennaio 2009

Lacci e lacciuoli

Ecco l'ultimo grido d'allarme della cosidetta "antimafia": molti terreni confiscati alla criminalità organizzata verrebbero riacquistati dagli stessi cattivissimi cavalieri del male mediante infidi prestanome. Insomma, questo 2009 comincia con tanti paletti sul mercato e il ritorno dei soliti pretesti per frenare quella speditezza degli affari che dovrebbe informare il nostro ordinamento.

mercoledì 24 dicembre 2008

Buoni?

Sono davvero buoni i buoni? Il piccolo borghese quando non sa che regalare si reca in libreria o in un negozio di dischi e chiede l'emissione di un buono: sarà il destinatario del voucher a scegliere come spenderlo, a seconda dei propri gusti musicali o letterari. Ottimo strumento perché efficiente ma che presenta qualche problema: di fatto non fa che aumentare la massa di moneta in circolazione, dato che i soldi che il regalante spende per l'emissione non sono affatto vincolati. Si è misurato che proprio durante le feste, in città come Milano e Roma, l'inflazione lievita di un 0,2-0,3% proprio a causa di questo sottovalutato fenomeno. 
La lotta contro la stagflazione non deve fermarsi: lasciatemi tuttavia rivolgere i miei migliori auguri di Santo Natale a tutti coloro i quali mi leggono. Purtroppo al giorno d'oggi sulla rete internet c'è anche chi dubita non solo dell'11 settembre o dello sbarco dell'uomo sulla Luna ma anche della nascita morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo... vabbè: auguri!

lunedì 22 dicembre 2008

Grazie, Raimondo

Lo spassoso Crociera Vianello è stata un'occasione preziosa per celebrare quel maestro di libertà che è Raimondo Vianello. Già giovanissimo, invece di bivaccare in qualche facoltà, scelse di difendere l'onore della patria schierandosi con la Repubblica Sociale Italiana. Negli anni a seguire l'abbiamo apprezzato come finissimo entertainer al fianco della moglie Sandra: Casa Vianello, monumento alla laboriosa borghesia del Nord, ha contribuito ad allontanare lo spettro degli anni di piombo più di qualunque legge. Ma è ad un episodio che siamo particolarmente legati: quando nel '94, in qualità di conduttore di Pressing, con la gioiosa macchina da guerra di Occhetto e Curcio a un passo da Palazzo Chigi, scelse in maniera molto coraggiosa di appoggiare pubblicamente la folle impresa libertaria dell'outsider Silvio Berlusconi. Grazie, Raimondo.

domenica 21 dicembre 2008

Arte liberista

Una piccola segnalazione per un grande artista: Romi Osti. Vogliate gradire questo link.

venerdì 19 dicembre 2008

Premio Dardos

Imperiaparla, blog radicato sul territorio ma che ama guardare anche oltre, mi onora del Premio Dardos, destinato a chi “dimostra impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali”. Lo ringrazio, e ringrazio anche l'amico Gian Edgardo che me l'ha segnalato proprio la settimana scorsa in Liguria. Il regolamento del premio è il seguente: 1. accettare e comunicare il regolamento visualizzando il logo del premio 2. linkare i blog che ti hanno premiato 3. premiare altri 15 blog meritevoli avvisandoli del premio. Accetto con piacere e a mia volta premio i 15 blog che ritengo meritevoli: Luigi Crespi, Pierluigi Diaco, Filippo Facci, Marco Camisani Calzolari, Daw, Cav. Stacchia, Snow Crash, Giornalettismo, Stop drug - No alla droga, Marione Adinolfi, Camillo, Ne quid nimis, Berlicche, Kattoliko, Danton.

mercoledì 17 dicembre 2008

Questione morale

PD sempre più nei guai: arrestato anche il sindaco di Pescara. Forse qualcuno dovrebbe chiedere scusa a D'Annunzio.

Sinistri monologhi

C'è un personaggio capace d'incarnare da solo la crisi dello sgangheratissimo popolo della sinistra organizzata, quella che ormai non sa più a cosa aggrapparsi per restare a galla. "Walter Veltroni? Renato Curcio? Rick Astley? Gino Strada?" direte voi. No, ragazzi, avete sbagliato. Si chiama Paolini. Se il nome non vi dice nulla provate a pensare a quell'esagitato che cerca visibilità aggredendo alle spalle gli inviati dei telegiornali moderati: col parruccone nero in testa e un cartello pieno di sconcezze in mano (insulti e accuse - perlopiù irriferibili - a personalità quasi sempre meritevoli di stima) riesce spesso a raggiungere i microfoni e ottenere quello spazio che gli è riconosciuto solo nella statalmente assistita TeleKabul – intoccabile cattedrale allo spreco di danaro pubblico benedetta da sindacati e poteri forti.

In quel tempio dedicato alla noia i suoi show possono durare anche delle ore. Senza contradditorio alcuno, come è nella tradizione staliniana. Veri e propri monologhi che diventano l'occasione per fare a pezzi i fiori all'occhiello del nostro paese. Ecco la tragedia del Vajont trasformarsi in un pretesto per demonizzare in un colpo solo quelle grandi opere che tanto servono al nostro sistema e il laborioso popolo del nord-est - irriso da Paolini con un improvvisato quanto approssimativo accento veneto. In un altro se la prende con la nostra compagnia di bandiera alludendo ai soliti complotti massonico-pluto-giudaici (avallati dai perfidi Stati Uniti d'America pre-Obama, of course). La solita storia trita e ritrita, insomma. C'è ancora qualcuno che desidera sapere cosa sia successo a Ustica il 27 giugno 1980? La risposta è: no. Chi deve far funzionare la locomotiva Italia non ha tempo di voltarsi indietro - per scoprire cosa, poi? Parolaio irriducibile, professionista del nulla; Paolini canta il mito dell'operaio buono, le eroiche gesta del Sergente bolscevico che sconfigge i cattivissimi fascisti tra le nevi ucraine e quel mito dell'Italia che non c'è più (per fortuna, aggiungiamo noi) che è il core business del PD-DS-PDS-PCI: ma lo spazio garantitogli dalle camarille del teatro più irregimentato evidentemente non gli basta, così lo vediamo sulle reti libere lanciare anticoncezionali e inneggiare alla sessualità sfrenata da perfetto reduce sessantottino, impedendo il lavoro di qualche povero corrispondente Rai o Mediaset troppo intimidito per rispondergli come fece dieci anni or sono il compianto Paolo Lotar Frajese a Parigi: con un calcio simile a quelli che alle ultime elezioni gli italiani hanno dato alla partitocrazia che ha sempre protetto questi guitti dalla protesta facile, cancellando definitivamente la sinistra dal Parlamento e dalla Storia. E ora a lavorare!

[Originariamente pubblicato su Giornalettismo il 1 - 12 - 2008]

domenica 14 dicembre 2008

Anagrafe Facebook

Sappia il Ministro Brunetta che è possibile con un tratto di penna porre fine a un grande spreco legalizzato, quell'Ufficio Anagrafe che alberga in ogni Comune. Iniziativa privata e sana tecnologia garantiscono già una valida alternativa: Facebook.

Sondaggi

Siamo sommersi dai sondaggi ed è davvero difficile trovare dati seri a cui fare riferimento. Uno dei rari punti fermi, per rigore e affidabilità, è l'amico Luigi Crespi. Molto interessante il sondaggio di venerdì: "il 71% degli italiani non ha fiducia nei sindacati e per il 50% lo sciopero non serve più". Forse qualcuno dovrebbe riflettere.

mercoledì 10 dicembre 2008

martedì 9 dicembre 2008

Dove eravamo rimasti?

Valeva proprio la pena di fare una gita al mare. Per rivedere Pierenrico, Gigi, Flavio Junio, Ottone. E poi lui, il solito incorreggibile toscanaccio, uno di quei conservatori romantici di cui s'è perso lo stampo - dioboia. Grazie, Licio.

venerdì 28 novembre 2008

Professionisti della democrazia

I professionisti della bontà hanno usato la genetica, con Gigi Cavalli-Sforza (Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996), per spiegarci che il razzismo non ha ragione d'essere giacché la razza umana è una sola. Prima ancora ci avevano insegnato a diffidare di quel talento nazionale che fu Cesare Lombroso, criminologo scomodo e controcorrente. Ma alla predica non corrispondono sempre le azioni, e ogni regola ha la sua eccezione: la colpa mafiosa, guarda un po', è invece scritta nel dna e si tramanda di padre in figlio. E non venga in mente all'accusato di difendersi con "la parola, lo scritto e ogni altro mezzo", per lui lo sputtanatissimo articolo 21 - sì quello che dà il nome a molto progressiste associazioni e in nome del quale spesso si difendono i privilegi della solita compagnia di giro – non ha alcuna validità.

La venerazione del sacro totem costituzionale si è interrotta in occasione della dignitosissima lettera spedita da Vincenzo Santapaola al quotidiano La Sicilia, pubblicata giovedì 9 ottobre a pag. 37. Enzuccio, figlio del più celebre Nitto, è stato arrestato l'ultima volta il 3 dicembre 2007 durante l'operazione Plutone ad opera della Dia, che rastrellò una settantina di molto presunti mafiosi accusati di associazione mafiosa, estorsioni, rapine e traffico di sostanze stupefacenti (e chi più ne ha più ne metta – verrebbe quasi da commentare); ma era dal '92 che la cosidetta giustizia gli teneva il fiato sul collo, riuscendo spesso a portarlo dietro le sbarre.

Per fortuna, se non un giudice a Berlino, c'è almeno un giornale a Catania. Iddio ci conservi l'illuminato Mario Ciancio Sanfilippo, editore e direttore de La Sicilia, già organo del Partito liberale siciliano, inno al garantismo di scuola meridionale, quello per cui il momento magico, quasi religioso, della giustizia è l'assoluzione, non il tintinnio delle manette. In quell'oasi di libertà Santapaola ha potuto esprimere la propria rabbia, con il giusto rilievo tipografico, senza tagli né inutili commenti a orpellare l'urlo. "Mi trovo indagato perché nel corso di alcuni colloqui, intercettati nel carcere di Catania, un detenuto parla di un tale «Enzuccio» (che l'Autorità giudiziaria ha ritenuto essere la mia persona) e raccomanda a un congiunto di prendere contatto con lui (incidentalmente osservo che, anche a concedere che i due parlino di me, tale incontro, come provato in atti, non è mai avvenuto)".[…]"Ebbene, purtroppo debbo constatare che il nome che porto è per me (come per mio fratello Francesco) una continua fonte di guai, a causa di persone, che, anche senza conoscermi, anzi nella quasi totalità senza conoscermi, usano e abusano del mio nome e di quello della mia famiglia. E ciò avviene quotidianamente in questa città, che non riesce a dimenticare pagine di cronaca e di storia ormai lontane e chiuse".

Apriti Cielo (d'Alcamo). Repubblica che si scandalizza. Professionisti dell'antimafia che sollecitano un'indagine per capire come un detenuto al 41 bis possa mandare lettere a giornali. E Gramsci che si rivolta nella tomba: si sforzino almeno di cambiare il nome dei loro gruppetti antropologicamente superiori se arrestare la marea giustizialista che ha inondato la sinistra da qualche anno gli risulta tanto difficile. É lecito chiedersi dove sarebbero andati a finire i Quaderni dal carcere con i manettari della sinistra pacifinta al potere. Tutto ciò in attesa di un referendum con marchio grillino che garantisca l'esercizio della libertà di parola solo ad anchorman moralisti con programmi sul secondo o terzo canale Rai, guitti finanziati col denaro pubblico per aizzare la plebe contro il nemico di turno o blogger miliardari.

[Originariamente pubblicato su Giornalettismo il 5 - 11 - 2008]

giovedì 27 novembre 2008

C'è un giudice a Como?

Da liberale e garantista ho diverse perplessità circa la condanna di Olindo e Rosa: temo si sia voluto colpire un simbolo, punire insomma quell'elettorato del Nord non ideologico, produttivo e ancorato a saldi principi tanto inviso ai salotti e alle caste che comandano i giochi nel nostro Paese. Siamo certi che se sotto accusa ci fossero stati degli immigrati avremmo avuto una sentenza di segno identico?

mercoledì 5 novembre 2008

Bavaglio democratico

Due righe intorno alla spinosa questione dell'art.21 Cost., negato proprio da quei professionisti della democrazia che ne hanno fatto spesso un uso smodato: leggetele su Giornalettismo!

Barack e burattini

Ha vinto la bontà statalmente assistita, l'arroganza pacifinta che ha reso Mc Cain the nigger of the world. Si attendono da Obama Hussein misure da Zimbabwe e conseguente inflazione Varenne tra gli applausi dei burattini politically correct. That's it.

sabato 1 novembre 2008

Kiss me Licio

Feltrinelli

Agghiacciante storia di ordinario squadrismo distributivo, quella raccontata da Jim.

giovedì 30 ottobre 2008

lunedì 27 ottobre 2008

Vogliamo i colonnelli

"No politica"

"Qui non si parla di politica": il cartello era affisso in molti bar e locali pubblici, chi faceva intrapresa nel settore ristorazione all'alba del New Deal Mussoliniano potrà confermarvelo. Dall'altra parte dell'Atlantico un altro socialista, Roosevelt, tentava strade analoghe alle nostre per uscire dalla Grande Depressione: il parallelo terminerà con la Costituzione collettivista del '48; mentre l'Italia vira ancor più a sinistra, Eisenhower orchestra il rinascimento americano. Ma questa è un'altra storia. Quello che ci preme ricordare è il clima di profonda dedizione al lavoro che quel cartello simboleggia: un paese che ha il dovere morale di risollevarsi e diventare grande non può permettersi di arenarsi nelle secche dell'ideologia. Al riparo da quelle chiacchiere che avveleneranno l'Europa dagli anni sessanta in poi, una generazione è cresciuta senza porsi inutili domande, pensando a procurare il pane per sé e la propria famiglia. Non si parlava di politica, come non si bestemmiava né si sputava per terra – per citare altri celebri cartelli – nei confortevoli bar tra le due guerre. Proprio quel clima ci è balzato in mente seguendo in tv l'incontro di football Italia – Montenegro. Come ha puntualmente fatto notare il cronista, sugli spalti è apparso uno striscione che recitava "NO POLITICA". Tutti dovranno riconoscere che quella dei supporter azzurri è una bella lezione liberale, una cristallina dichiarazione di pragmatismo . Uno splendido segnale, chiaro e diretto, senza inutili e ambigui giri di parole o pretese intellettuali, i cui significati vanno anche oltre la semplice risposta a coloro che hanno strumentalizzato e demonizzato i tifosi che durante Bulgaria - Italia, nel bene o nel male, hanno tentato di difendere l'onore della Patria: la dimostrazione che le scorie del '68 sono alle spalle e possiamo, pur tra mille problemi, guardare al futuro come lo si faceva settant'anni fa. Negli stessi giorni il commissario tecnico della nazionale Marcello Lippi diceva un no chiaro e inequivocabile alle sirene del progressismo buonista. "Ho detto ieri a Moni Ovadia che avrei partecipato a un dvd didattico per le scuole contro il razzismo in genere, non contro il nazismo: lui invece ha riferito che avrei dovuto interpretare letture di Primo Levi sulla Shoah o qualcosa di simile. In quaranta anni di carriera non ho mai preso posizione politicamente e non intendo farlo ora, il video io lo intendo in chiave antirazzista e basta". Anche solo dieci o vent'anni fa un rifiuto del genere sarebbe stato impensabile. La stampa demogratiga avrebbe fatto pesare la propria (im)moral suasion e il malcapitato avrebbe dovuto inchinarsi al dogma ebraico-torinese. C'è voluto un bel coraggio da parte del principale artefice della vittoria ai Mondiali di Germania 2006 per tirarsi fuori dall'ennesima trappola ordita dai professionisti dell'indignazione organizzata. Sapeva dove si sarebbe andati a parare: le solite storie trite e ritrite, con il solito punto di vista; ma perché, viene da chiedersi, accanto alla versione di Primo Levi non è mai possibile affiancare quella di un Pietrangelo Buttafuoco o un Marcello Veneziani? L'ostracismo verso certe culture è ancora forte, è evidente. I pacifinti pretendono l'omologazione di campioni nazionali come Lippi per avere pedine da muovere nel gioco della lottizzazione selvaggia: intruppare un allenatore di tale rango avrebbe rappresentato un trofeo non da poco in occasione dell'ennesimo teatrino della memoria finanziato con danaro pubblico.

Meglio così. Dai tempi di Vittorio Pozzo (allenatore della nazionale di Beppe Meazza detto il Balilla, che vinse in casa nel '34 e in Francia, sotto i fischi degli antitaliani, quattro anni dopo) a quelli di Marcello Lippi la ricetta per vincere i mondiali resta uguale: tanto duro lavoro e pochi spettacoli. E allora sì che i risultati arrivano. PO POPO PO PO POOOOO!

[Originariamente pubblicato su Giornalettismo il 21-10-2008]

mercoledì 22 ottobre 2008

Punk is conservative

"Dio benedica George W. Bush e Dio benedica l'America." Johnny Ramone

martedì 21 ottobre 2008

"No politica"

Perché il no di Lippi a Moni Ovadia è incoraggiante (e i tifosi hanno qualcosa da insegnarci): scopritelo su Giornalettismo.

lunedì 20 ottobre 2008

Polito is the new Saviano

Avrà vita dura il nuovo Rifo. Ma la partenza è col botto: affilatissimo editoriale di Pansa, intervista bomba a Camillo Ruini (alla faccia dei laicisti militanti), il brillante Giuliano Da Empoli e l'intelligente Guia Soncini. L'incazzatissimo foglio arancione darà filo da torcere ai potentati della sinistra massimalista e pacifinta.

sabato 18 ottobre 2008

L'arte di arrangiarsi

«Vendo rene e midollo». Disoccupato cerca soldi per tornare in Puglia. L'annuncio esposto all'ospedale Molinette di Torino. (fonte Corriere.it) Siamo incorreggibili noi italiani, veri maestri dell'arte di arrangiarsi: e chi ci ammazza? Come vedete gli animal spirits ci sono, peccato siano imbrigliati nei lacci e lacciuoli dell'asfissiante buonismo di stato e di sindacato. PS. Ho l'onore di annunciarvi che a breve le nostre eresie liberali troveranno ospitalità sul democratico Giornalettismo. Stay tuned!

venerdì 17 ottobre 2008

Épater les bobos

"Berlusconi: aiuti al settore auto in Europa? Nessuno scandalo" (fonte: Il Sole 24 ore). Ecco i liberisti dell'ultim'ora improvvisarsi puristi e gridare all'incoerenza - ogni occasione è buona per criticare. Friedmaniani ma non ideologici, diciamo sì all'intervento statale purché serio. Che i soldi vengano dati a coloro che li conoscono, non a chi non li ha mai maneggiati e potrebbe bruciarseli giocando alle corse dei cavalli.

mercoledì 15 ottobre 2008

martedì 14 ottobre 2008

Una modesta proposta

Si fa un gran parlare del peso delle cosidette imprese criminali in molte regioni italiane: la loro presenza strangolerebbe l'economia pulita, cioè quella benedetta dal moloch statale e dal morbo sindacale. Una Confindustria sempre più arrendevole ha addirittura minacciato di espellere colori i quali si decidano a pagare il pizzo. In verità se lo stato fosse più efficiente queste imprese non prospererebbero, il mercato le ha premiate e solo col mercato si potranno punire. Sembrerà quindi la solita bella eresia liberale, una speranza contro corrente, ma l'unico modo di risolvere i problemi dei cittadini sarebbe quella di un sostanzioso voucher con il quale imprese possono decidere a quale agenzia di sicurezza affidarsi. Molte risorse potrebbe arrivare dai tagli all'istruzione pubblica - non esiste miglior scuola della vita vera, come è noto. La rivalità tra le cosidette cosche garantirebbe il perseguimento della qualità, ed è facile prevedere che a rimetterci ci sarà la solita casta statale da sempre al riparo della concorrenza nell'erogazione dei servizi pubblici.

lunedì 13 ottobre 2008

Ci sarà un giudice a Berlino?

«Non è affatto vero che sia una norma ad personam per me, così come non lo era quella che ha riconosciuto il diritto alla riammissione in servizio dei dipendenti pubblici vittime di errori giudiziari, che è stata solo l'attuazione, dopo la bellezza di 55 anni, di un principio costituzionale». Corrado Carnevale, 78 anni, presidente di sezione in Cassazione, noto anche come il giudice "ammazzasentenze" e a lungo in contrasto con Giovanni Falcone, respinge con sdegno la tesi - sostenuta in un articolo pubblicato oggi dal quotidiano La Repubblica - che sia stata fatta apposta per lui la norma approvata dal Senato con il via libera del governo (e ora al vaglio della Camera) che cancella la disposizione che impedisce ai magistrati di ricoprire incarichi di vertice se hanno superato i 75 anni. (fonte: Il Messaggero.it)

sabato 11 ottobre 2008

Ciao Jörg

Come in un film di Godard: solo in una macchina che corre per le autostrade, te ne sei andato. Addio anarchico conservatore, austroungarico amico del Veneto, cristiano secolarizzato, anticomunista integerrimo. Ci sarà tempo per far luce sulla reale dinamica dell'evento (Haider era tanto prudente nella guida quanto detestato dalla finanza marx-sionista). Ora è il momento del dolore.

venerdì 10 ottobre 2008

A cercar la bella morte

Ma cosa ne possono sapere la vecchia Europa, i nostri timidi banchieri del quartierino, i parvenu che piangono i pochi spiccioli persi - vedere qualche pezzente lagnarsi perché voleva solo difendere i propri fottuti risparmi "e non fare investimenti speculativi, no no no, è la banca cattiva che non mi ha spiegato bene" è una delle poche soddisfazioni di questi giorni - di questo terribile eppure inebriante momento del vero. Perché il bello del gioco è che si può vincere come perdere, si suda sul campo, si fa gol e qualche volta ci si rompe pure una gamba, mentre in keynesiani se ne stanno tranquilli in panchina. Non c'è tragedia né catarsi nella piccola morte dei pacchetti azionari di chi vive in qualche incubo solidaristico, nella pace sociale più o meno regolata dal moloch statale. E allora meglio ladri o falliti che socialdemocratici. Chi ha non ha assaggiato i succulenti tassi di rendimento prima della recessione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere.

giovedì 9 ottobre 2008

Vol à la portière

Come altrimenti definire il Nobel per la letteratura al terzomondista Le Clézio? Chissà se prima o poi a Stoccolma si accorgeranno di Oriana Fallaci.

venerdì 3 ottobre 2008

Il matrimonio di Lorna

Signore Iddio perdona loro, perché sono belgi e non sanno quello che fanno. Sono cresciuti nel paese dei turisti della democrazia, dei pederastri e dei cioccolatai; ora inondano la vecchia europa di storie deprimenti. In questi giorni hanno tratto in inganno centinaia di abituali consumatori di pellicole, spacciando un film che si presenta dal titolo come il seguito del celebre gioiello eternato dal black and white di Russ Meyer, regista dell'opulenza stelle e strisce e cantore della libera intrapresa, mentre in realtà è la solita lagna comunista, una bieca faccenda di albanesi e miseria dal retrogusto ideologico. Tutto in ciò in coincidenza con la campagna ordita dalla stampa italiana sull'ennesima emergenza "civile" preparata per sbattare l'antirazzista in prima pagina. Parlare ancora di antirazzismo nel 2008 significa essere ridotti al lumicino, e comunque, come testimoniano i dati dell'Istituto Franz Fanon, l'Italia non è un paese razzista. Semmai i giornalisti dovrebbero indagare sulle vere cause dell'immigrazione: l'Africa si è avviata verso il progresso, è sopratutto meta di turismo (si veda il miracolo Sharm el Sheik), e probabilmente tanta di questa gente viene fatta venire solo per ripopolare il sempre più scarso bacino elettorale di Veltroni e Cossutta. Where is your Report now?

mercoledì 1 ottobre 2008

La solitudine del Riformista

Festeggiamo e facciamo i nostri migliori auguri alla nuova versione del Riformista, in edicola tra poche settimane come ci informa il counter sulla homepage. L'arguto quotidiano fondato da Antonio Polito compie ormai sei anni ed è giusto rendere onore a un avversario implacabile però leale: i modelli di riferimento erano e rimangono lontani dai nostri, il marxismo si fa ancora sentire, ma il piccolo e combattivo foglio arancione rappresenta la sola sinistra con cui è possibile dialogare, l'unica parte di opposizione con la quale il confronto è produttivo. In sei anni di esistenza una salutare spina nel fianco, un pungolo continuo, spesso insidioso, per un centrodestra - tocca ammetterlo - non sempre all'altezza della situazione. Lunga vita al Riformista allora, alla sua satira urticante, alle sue analisi solide e spietate: ha dimostrato che si può essere laici senza essere laicisti, compassionevoli senza essere pacifinti e critici senza impugnare la p38. Scusate se è poco.

lunedì 29 settembre 2008

Starve the cat

Ernesto Nathan. Sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Ebreo. Massone. Liberale. Figura immeritatamente fatta propria dalla propaganda anticristiana, fu soprattutto un autentico riformatore, il protagonista del case history più eclatante della pubblica amministrazione italiana. Appena eletto sindaco esaminò il bilancio comunale e arrivato alla voce "frattaglie per gatti" non esitò a chiedere spiegazioni ai funzionari del comune. Venne a galla una consuetinde che si trascinava da anni: una cospicua fetta di danaro pubblico era devoluta sotto forma di frattaglie ad una - naturalmente nutritissima - colonia felina che difendeva dai ratti il solo prodotto di una burocrazia già selvaggia: milioni di faldoni e documenti e carta. Nathan prese la penna e cancellò la voce dal bilancio. Da quel momento in avanti i gatti del Campidoglio avrebbero dovuto sfamarsi con i roditori che avevano lo scopo di cattuare e in mancanza di topi sarebbe venuto a cessare lo scopo della loro presenza. Pensate una cosa del genere oggi: il parito trasversale della spesa pubblica unito, sindacati sul piede di guerra, ambientalisti folli pronti a gambizzare Nathan con l'ausilio degli immancabili pacifinti antisemiti. Quella all'origine del detto Nun c'è trippa pe' gatti è una splendida storia liberale: i gatti non si sono estinti ma si devono guadagnare ogni giorno il cibo sul libero mercato dell'affetto interspecie, magari in concorenza con pappagalli, pitoni o altri animali new comers.

venerdì 26 settembre 2008

Direzione Oktober Fest

Auguri liberali di buon week-end a tutti.

giovedì 25 settembre 2008

I professionisti dell'anticamorra

"Nel casertano, più che una guerra civile, come ha affermato il ministro dell'Interno Maroni, si assiste a una guerra tra bande'', ha detto il ministro della Difesa, Ignazio la Russa. Che ha anche sottolineato: "l'obiettivo del Governo, sia con l'invio dei 400 uomini delle forze dell'ordine, sia con quello successivo dei 500 militari, è quello di riaffermare il principio di legalità in ogni angolo dello Stato". "Senza fare nessuna critica a Maroni, non parlerei - ha detto il ministro della Difesa - di guerra civile perchè sembra quasi di dare una patente, non dico di legittimità, ma di importanza extracriminale alla camorra, si tratta di un'aggressione della criminalità organizzata alla legalità, più che una guerra civile allo Stato. L'attacco - ha aggiunto - è diretto ad altre forme di criminalità per cercare di realizzare una sorta di monopolio della criminalità sul territorio e, quindi, credo che il vecchio termine di guerra tra bande sia adatta anche a questa fase". (fonte L'Unione Sarda)
Opportuna e puntuale la precisazione del ministro La Russa: non si tratta di guerra civile ed è bene dirlo con fermezza. Il rischio di un nuovo professionismo dell'anticamorra è dietro l'angolo. In molti si sono sorpresi di sentire Maroni esprimersi come un Saviano qualsiasi, ma forse ci si dimentica della triste stagione giustizialista della Lega, con i cappi agitati in parlamento per inneggiare alla rivolta del pool di Mani pulite. La morsa giudiziaria di Di Pietro e soci costò non poco al sistema paese in termini di rallentamento nella speditezza degli affari. Questo non dobbiamo dimenticarlo. Mai.

mercoledì 24 settembre 2008

Non siamo mica in Combonia

"Contiene tutti i colori dell'arcobaleno e proprio per questo è stata scelta come bandiera della pace, ma secondo il Comune di Verona "in questi anni è diventata il simbolo dell'estrema sinistra" e pertanto non può essere esposta a una manifestazione organizzata grazie alla concessione di uno spazio pubblico da parte del municipio. A denunciare la vicenda è il sito di Negrizia, la rivista dei missionari comboniani. " (fonte Repubblica.it)

Un eroe borghese

«Egregi signori credo di aver dimostrato in questo ultimo periodo tutta la disponibilità, non ultima anche quella di incentivarvi sulla produttività e sulle presenze al lavoro. Ma ora mi sto rompendo il cazzo. L'azienda è mia e comando io e basta, chi non è d'accordo se ne andasse a fanculo e verrà anche ringraziato. Se l'organizzazione sindacale, che dovrebbe difendere i posti di lavoro, pensasse di comportarsi con me come con Alitalia, gli rammento che io mi chiamo Pellegrino e non Colaninno. Vi mando non solo a fanculo, vi caccio fuori a calci nel sedere e vi sputo pure in faccia. Spero di essere stato molto chiaro e conciso e non ho niente da dirvi su queste stronzate. Il periodo del terrore e delle minacce, cari signori, è finito da diverso tempo. Dovete pensare a lavorare e basta». Un eroe borghese. Prendo in prestito il titolo da una delle innumerevoli lagne in pellicola della sinistra cinematografara, perché per Rosario Pellegrino non esiste definizione migliore. Vessato dall'arroganza sindacale, come ci informa puntalmente il Corriere del Mezzogiorno, ha saputo reagire mandando all'aria il perbenismo cattocomunista: la lettera qui sopra, inviata alla Cgil, non ha precedenti e ha già provocato la dura reazione di una Confindustria impaurita e oramai omologata al sistema. Forza, Rosario!