
sabato 5 dicembre 2009
Tucson, Arizona, 23 febbraio 1958

sabato 21 novembre 2009
Popopopopopopo

domenica 15 novembre 2009
Compagni che ci azzeccano

giovedì 5 novembre 2009
Una disperata vitalità: B. ultimo eroe pasoliniano
Appunti eretici, il ritorno

mercoledì 4 novembre 2009
Crocifisso: una ricetta liberale

lunedì 2 novembre 2009
giovedì 29 ottobre 2009
martedì 27 ottobre 2009
Lolcano

Ogni volta che sento l’enfasi del cronista, raccontare l’ultimo incidente stradale causato da un ubriaco o, peggio ancora, da un drogato al volantemi chiedo:
Ma che differenza c’è tra un incidente causato da un ubriaco ed uno causato da uno sano?
Quando, in entrambi i casi, ci sono dei morti e delle vittime che differenza fa?
Perché contro gli ubriachi e i drogati ci si accanisce di più?
Il teorema dominante recita :
Loro potevano evitare l’incidente non bevendo o non mettendosi alla guida ubriachi”.
E invece gli “altri” , quelli sani che provocano incidenti, no?
Una lezione di garantismo
mercoledì 14 ottobre 2009
venerdì 9 ottobre 2009
giovedì 8 ottobre 2009
Sarà contenta Al Qaeda
martedì 6 ottobre 2009
Il prezzo della libertà
lunedì 5 ottobre 2009
Presidente siamo con te
domenica 4 ottobre 2009
Obama vattene
lunedì 28 settembre 2009
E continuate a votare
giovedì 24 settembre 2009
mercoledì 16 settembre 2009
mercoledì 19 agosto 2009
Perché nessuno ha fermato quel Rava?

domenica 26 luglio 2009
L'orrore
lunedì 20 luglio 2009
I professionisti dell'antimafia

lunedì 29 giugno 2009
domenica 28 giugno 2009
sabato 20 giugno 2009
Viva Abberlusconi
Da stampare e conservare
giovedì 11 giugno 2009
mercoledì 10 giugno 2009
PDL transnazionale
venerdì 5 giugno 2009
Francescreen

venerdì 8 maggio 2009
Ciao Budget, prete "contro"
Appunti di viaggio
mercoledì 6 maggio 2009
Mobilitiamoci su Facebook

venerdì 6 marzo 2009
venerdì 30 gennaio 2009
Una lezione di libertà
mercoledì 28 gennaio 2009
Craxi e De Andrè: due vite parallele
Entrambi hanno rotto tabù. I loro universi poetico-politici erano popolati da perdenti, malfattori, prostitute, nani, ballerine, imprenditori, zingari, mariuoli e ministri delle partecipazioni statali: tutto un mondo schiacciato dalla pesante cappa del moralismo comunista allora imperante. Le ansie di libertà cantate dall'artista genovese nei grigi anni sessanta hanno poi trovato risposta nella tenace battaglia contro la mostruosa scala mobile. Certi dischi avevano un valore profetico. Il più politico fu “Storia di un impiegato”, concept album in cui già si vedeva il pubblico impiego come potenziale vivaio per futuri terroristi. E che dire de “La buona novella”? Un discreto shock per gli atei militanti, quelli che hanno osteggiato quel capolavoro di laicità che fu il rinnovo del Concordato. Lo stesso Bettino, laico ma non laicista, diede il nome di “Vangelo socialista” al suo programma neoproudhoniano. Ci sarebbe da scrivere una bella tesi sulla figura di Cristo in De Andrè, Pasolini, Craxi e - perché no? - Capezzone, ma i nostri giovani studenti sono troppo impegnati a discettare di new wave punk e pellicole dell’orrore. “Il quinto dice non devi rubare / e forse io l’ho rispettato / vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie / di quelli che avevan rubato: / ma io, senza legge, rubai in nome mio, / quegli altri nel nome di Dio.”
Gli anni ottanta sono quelli della svolta: un ponte sul mediterraneo per creare la World Music, recuperando suoni e sapori di diversi continenti, e basi nuovi per creare una politica d’aiuto verso i paesi in via di sviluppo, con mercati finalmente aperti. E sarà proprio al di là del Mediterraneo che rimarrà il grande statista. Tradito dal proprio paese e mandato in esilio forzato, così lontano eppure così vicino all’esperienza che De Andrè attraversò durante il sequestro ordito da un manipolo di banditi sardi… “E poi scuse / accuse e scuse / senza ritorno”.
Quando ci fu il colpo di stato “non si udirono fucilate”, come nella “Domenica delle salme”. Mario Chiesa, il poeta della Baggina, fu solo il primo. Nel giro di pochi mesi venne spazzata via un’intera classe politica, con una precisione e violenza degne di miglior causa. Il flagello di Mani pulite si portò via partiti interi, ammanettando il voto degli italiani. La gioiosa macchina da guerra (di coloro che si credevano assolti, ma erano pur sempre coinvolti) preparava l’assalto finale alle stanze del potere e solo i più lucidi allora si ricordarono di una vecchia canzone di Fabrizio, “Il giudice”: lo spietato ritratto di certa magistratura le cui azioni sono mosse più dal rancore che dall’anelito di giustizia. Ci mancano quelle canzoni come ci manca quella politica: cosa direbbero oggi del coro in sostegno dell’arroganza israeliana l’autore di “Sidun” e l’amico di Arafat? Sempre in direzione ostinata e contraria, senza la paura di prendere quella che viene definita dai più “la cattiva strada”. Bettino e Faber, è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.
[Originariamente pubblicato su Giornalettismo il 5 - 1 - 2009]
Una grazie a Pigi Diaco.
venerdì 16 gennaio 2009
giovedì 15 gennaio 2009
Le notti bianche
Cucù, la camorra non c'è più
lunedì 5 gennaio 2009
Il bandito e il poeta

domenica 4 gennaio 2009
Lacci e lacciuoli
mercoledì 24 dicembre 2008
Buoni?
lunedì 22 dicembre 2008
Grazie, Raimondo
domenica 21 dicembre 2008
Arte liberista
Una piccola segnalazione per un grande artista: Romi Osti. Vogliate gradire questo link.
venerdì 19 dicembre 2008
Premio Dardos
Imperiaparla, blog radicato sul territorio ma che ama guardare anche oltre, mi onora del Premio Dardos, destinato a chi “dimostra impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali”. Lo ringrazio, e ringrazio anche l'amico Gian Edgardo che me l'ha segnalato proprio la settimana scorsa in Liguria.Il regolamento del premio è il seguente:
1. accettare e comunicare il regolamento visualizzando il logo del premio
2. linkare i blog che ti hanno premiato
3. premiare altri 15 blog meritevoli avvisandoli del premio.
Accetto con piacere e a mia volta premio i 15 blog che ritengo meritevoli:
Luigi Crespi, Pierluigi Diaco, Filippo Facci, Marco Camisani Calzolari, Daw, Cav. Stacchia, Snow Crash, Giornalettismo, Stop drug - No alla droga, Marione Adinolfi, Camillo, Ne quid nimis, Berlicche, Kattoliko, Danton.
mercoledì 17 dicembre 2008
Questione morale
Sinistri monologhi
C'è un personaggio capace d'incarnare da solo la crisi dello sgangheratissimo popolo della sinistra organizzata, quella che ormai non sa più a cosa aggrapparsi per restare a galla. "Walter Veltroni? Renato Curcio? Rick Astley? Gino Strada?" direte voi. No, ragazzi, avete sbagliato. Si chiama Paolini. Se il nome non vi dice nulla provate a pensare a quell'esagitato che cerca visibilità aggredendo alle spalle gli inviati dei telegiornali moderati: col parruccone nero in testa e un cartello pieno di sconcezze in mano (insulti e accuse - perlopiù irriferibili - a personalità quasi sempre meritevoli di stima) riesce spesso a raggiungere i microfoni e ottenere quello spazio che gli è riconosciuto solo nella statalmente assistita TeleKabul – intoccabile cattedrale allo spreco di danaro pubblico benedetta da sindacati e poteri forti.
In quel tempio dedicato alla noia i suoi show possono durare anche delle ore. Senza contradditorio alcuno, come è nella tradizione staliniana. Veri e propri monologhi che diventano l'occasione per fare a pezzi i fiori all'occhiello del nostro paese. Ecco la tragedia del Vajont trasformarsi in un pretesto per demonizzare in un colpo solo quelle grandi opere che tanto servono al nostro sistema e il laborioso popolo del nord-est - irriso da Paolini con un improvvisato quanto approssimativo accento veneto. In un altro se la prende con la nostra compagnia di bandiera alludendo ai soliti complotti massonico-pluto-giudaici (avallati dai perfidi Stati Uniti d'America pre-Obama, of course). La solita storia trita e ritrita, insomma. C'è ancora qualcuno che desidera sapere cosa sia successo a Ustica il 27 giugno 1980? La risposta è: no. Chi deve far funzionare la locomotiva Italia non ha tempo di voltarsi indietro - per scoprire cosa, poi? Parolaio irriducibile, professionista del nulla; Paolini canta il mito dell'operaio buono, le eroiche gesta del Sergente bolscevico che sconfigge i cattivissimi fascisti tra le nevi ucraine e quel mito dell'Italia che non c'è più (per fortuna, aggiungiamo noi) che è il core business del PD-DS-PDS-PCI: ma lo spazio garantitogli dalle camarille del teatro più irregimentato evidentemente non gli basta, così lo vediamo sulle reti libere lanciare anticoncezionali e inneggiare alla sessualità sfrenata da perfetto reduce sessantottino, impedendo il lavoro di qualche povero corrispondente Rai o Mediaset troppo intimidito per rispondergli come fece dieci anni or sono il compianto Paolo Lotar Frajese a Parigi: con un calcio simile a quelli che alle ultime elezioni gli italiani hanno dato alla partitocrazia che ha sempre protetto questi guitti dalla protesta facile, cancellando definitivamente la sinistra dal Parlamento e dalla Storia. E ora a lavorare!
[Originariamente pubblicato su Giornalettismo il 1 - 12 - 2008]
domenica 14 dicembre 2008
Anagrafe Facebook
Sondaggi
mercoledì 10 dicembre 2008
martedì 9 dicembre 2008
Dove eravamo rimasti?
Valeva proprio la pena di fare una gita al mare. Per rivedere Pierenrico, Gigi, Flavio Junio, Ottone. E poi lui, il solito incorreggibile toscanaccio, uno di quei conservatori romantici di cui s'è perso lo stampo - dioboia. Grazie, Licio.lunedì 1 dicembre 2008
venerdì 28 novembre 2008
Professionisti della democrazia
I professionisti della bontà hanno usato la genetica, con Gigi Cavalli-Sforza (Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996), per spiegarci che il razzismo non ha ragione d'essere giacché la razza umana è una sola. Prima ancora ci avevano insegnato a diffidare di quel talento nazionale che fu Cesare Lombroso, criminologo scomodo e controcorrente. Ma alla predica non corrispondono sempre le azioni, e ogni regola ha la sua eccezione: la colpa mafiosa, guarda un po', è invece scritta nel dna e si tramanda di padre in figlio. E non venga in mente all'accusato di difendersi con "la parola, lo scritto e ogni altro mezzo", per lui lo sputtanatissimo articolo 21 - sì quello che dà il nome a molto progressiste associazioni e in nome del quale spesso si difendono i privilegi della solita compagnia di giro – non ha alcuna validità.
La venerazione del sacro totem costituzionale si è interrotta in occasione della dignitosissima lettera spedita da Vincenzo Santapaola al quotidiano La Sicilia, pubblicata giovedì 9 ottobre a pag. 37. Enzuccio, figlio del più celebre Nitto, è stato arrestato l'ultima volta il 3 dicembre 2007 durante l'operazione Plutone ad opera della Dia, che rastrellò una settantina di molto presunti mafiosi accusati di associazione mafiosa, estorsioni, rapine e traffico di sostanze stupefacenti (e chi più ne ha più ne metta – verrebbe quasi da commentare); ma era dal '92 che la cosidetta giustizia gli teneva il fiato sul collo, riuscendo spesso a portarlo dietro le sbarre.
Per fortuna, se non un giudice a Berlino, c'è almeno un giornale a Catania. Iddio ci conservi l'illuminato Mario Ciancio Sanfilippo, editore e direttore de La Sicilia, già organo del Partito liberale siciliano, inno al garantismo di scuola meridionale, quello per cui il momento magico, quasi religioso, della giustizia è l'assoluzione, non il tintinnio delle manette. In quell'oasi di libertà Santapaola ha potuto esprimere la propria rabbia, con il giusto rilievo tipografico, senza tagli né inutili commenti a orpellare l'urlo. "Mi trovo indagato perché nel corso di alcuni colloqui, intercettati nel carcere di Catania, un detenuto parla di un tale «Enzuccio» (che l'Autorità giudiziaria ha ritenuto essere la mia persona) e raccomanda a un congiunto di prendere contatto con lui (incidentalmente osservo che, anche a concedere che i due parlino di me, tale incontro, come provato in atti, non è mai avvenuto)".[…]"Ebbene, purtroppo debbo constatare che il nome che porto è per me (come per mio fratello Francesco) una continua fonte di guai, a causa di persone, che, anche senza conoscermi, anzi nella quasi totalità senza conoscermi, usano e abusano del mio nome e di quello della mia famiglia. E ciò avviene quotidianamente in questa città, che non riesce a dimenticare pagine di cronaca e di storia ormai lontane e chiuse".
Apriti Cielo (d'Alcamo). Repubblica che si scandalizza. Professionisti dell'antimafia che sollecitano un'indagine per capire come un detenuto al 41 bis possa mandare lettere a giornali. E Gramsci che si rivolta nella tomba: si sforzino almeno di cambiare il nome dei loro gruppetti antropologicamente superiori se arrestare la marea giustizialista che ha inondato la sinistra da qualche anno gli risulta tanto difficile. É lecito chiedersi dove sarebbero andati a finire i Quaderni dal carcere con i manettari della sinistra pacifinta al potere. Tutto ciò in attesa di un referendum con marchio grillino che garantisca l'esercizio della libertà di parola solo ad anchorman moralisti con programmi sul secondo o terzo canale Rai, guitti finanziati col denaro pubblico per aizzare la plebe contro il nemico di turno o blogger miliardari.
[Originariamente pubblicato su Giornalettismo il 5 - 11 - 2008]
giovedì 27 novembre 2008
C'è un giudice a Como?
mercoledì 5 novembre 2008
Bavaglio democratico
sabato 1 novembre 2008
giovedì 30 ottobre 2008
mercoledì 29 ottobre 2008
lunedì 27 ottobre 2008
"No politica"
"Qui non si parla di politica": il cartello era affisso in molti bar e locali pubblici, chi faceva intrapresa nel settore ristorazione all'alba del New Deal Mussoliniano potrà confermarvelo. Dall'altra parte dell'Atlantico un altro socialista, Roosevelt, tentava strade analoghe alle nostre per uscire dalla Grande Depressione: il parallelo terminerà con la Costituzione collettivista del '48; mentre l'Italia vira ancor più a sinistra, Eisenhower orchestra il rinascimento americano. Ma questa è un'altra storia. Quello che ci preme ricordare è il clima di profonda dedizione al lavoro che quel cartello simboleggia: un paese che ha il dovere morale di risollevarsi e diventare grande non può permettersi di arenarsi nelle secche dell'ideologia. Al riparo da quelle chiacchiere che avveleneranno l'Europa dagli anni sessanta in poi, una generazione è cresciuta senza porsi inutili domande, pensando a procurare il pane per sé e la propria famiglia. Non si parlava di politica, come non si bestemmiava né si sputava per terra – per citare altri celebri cartelli – nei confortevoli bar tra le due guerre. Proprio quel clima ci è balzato in mente seguendo in tv l'incontro di football Italia – Montenegro. Come ha puntualmente fatto notare il cronista, sugli spalti è apparso uno striscione che recitava "NO POLITICA". Tutti dovranno riconoscere che quella dei supporter azzurri è una bella lezione liberale, una cristallina dichiarazione di pragmatismo . Uno splendido segnale, chiaro e diretto, senza inutili e ambigui giri di parole o pretese intellettuali, i cui significati vanno anche oltre la semplice risposta a coloro che hanno strumentalizzato e demonizzato i tifosi che durante Bulgaria - Italia, nel bene o nel male, hanno tentato di difendere l'onore della Patria: la dimostrazione che le scorie del '68 sono alle spalle e possiamo, pur tra mille problemi, guardare al futuro come lo si faceva settant'anni fa. Negli stessi giorni il commissario tecnico della nazionale Marcello Lippi diceva un no chiaro e inequivocabile alle sirene del progressismo buonista. "Ho detto ieri a Moni Ovadia che avrei partecipato a un dvd didattico per le scuole contro il razzismo in genere, non contro il nazismo: lui invece ha riferito che avrei dovuto interpretare letture di Primo Levi sulla Shoah o qualcosa di simile. In quaranta anni di carriera non ho mai preso posizione politicamente e non intendo farlo ora, il video io lo intendo in chiave antirazzista e basta". Anche solo dieci o vent'anni fa un rifiuto del genere sarebbe stato impensabile. La stampa demogratiga avrebbe fatto pesare la propria (im)moral suasion e il malcapitato avrebbe dovuto inchinarsi al dogma ebraico-torinese. C'è voluto un bel coraggio da parte del principale artefice della vittoria ai Mondiali di Germania 2006 per tirarsi fuori dall'ennesima trappola ordita dai professionisti dell'indignazione organizzata. Sapeva dove si sarebbe andati a parare: le solite storie trite e ritrite, con il solito punto di vista; ma perché, viene da chiedersi, accanto alla versione di Primo Levi non è mai possibile affiancare quella di un Pietrangelo Buttafuoco o un Marcello Veneziani? L'ostracismo verso certe culture è ancora forte, è evidente. I pacifinti pretendono l'omologazione di campioni nazionali come Lippi per avere pedine da muovere nel gioco della lottizzazione selvaggia: intruppare un allenatore di tale rango avrebbe rappresentato un trofeo non da poco in occasione dell'ennesimo teatrino della memoria finanziato con danaro pubblico. Meglio così. Dai tempi di Vittorio Pozzo (allenatore della nazionale di Beppe Meazza detto il Balilla, che vinse in casa nel '34 e in Francia, sotto i fischi degli antitaliani, quattro anni dopo) a quelli di Marcello Lippi la ricetta per vincere i mondiali resta uguale: tanto duro lavoro e pochi spettacoli. E allora sì che i risultati arrivano. PO POPO PO PO POOOOO!
[Originariamente pubblicato su Giornalettismo il 21-10-2008]
mercoledì 22 ottobre 2008
martedì 21 ottobre 2008
"No politica"
lunedì 20 ottobre 2008
Polito is the new Saviano
Avrà vita dura il nuovo Rifo. Ma la partenza è col botto: affilatissimo editoriale di Pansa, intervista bomba a Camillo Ruini (alla faccia dei laicisti militanti), il brillante Giuliano Da Empoli e l'intelligente Guia Soncini. L'incazzatissimo foglio arancione darà filo da torcere ai potentati della sinistra massimalista e pacifinta.sabato 18 ottobre 2008
L'arte di arrangiarsi
Siamo incorreggibili noi italiani, veri maestri dell'arte di arrangiarsi: e chi ci ammazza? Come vedete gli animal spirits ci sono, peccato siano imbrigliati nei lacci e lacciuoli dell'asfissiante buonismo di stato e di sindacato.
PS. Ho l'onore di annunciarvi che a breve le nostre eresie liberali troveranno ospitalità sul democratico Giornalettismo. Stay tuned!
venerdì 17 ottobre 2008
Épater les bobos
Ecco i liberisti dell'ultim'ora improvvisarsi puristi e gridare all'incoerenza - ogni occasione è buona per criticare. Friedmaniani ma non ideologici, diciamo sì all'intervento statale purché serio. Che i soldi vengano dati a coloro che li conoscono, non a chi non li ha mai maneggiati e potrebbe bruciarseli giocando alle corse dei cavalli.








